Meditazione: come prepararsi alla pratica

La meditazione è un metodo pratico di conoscenza. Non si tratta di una conoscenza intellettuale ma di una conoscenza per esperienza. Cosa si conosce? Qual è il nostro oggetto di conoscenza? Inizialmente l’oggetto che impariamo a conoscere è la mente ed appunto, non la conosciamo alla maniera dello psicologo, in modo teorico, ma con la penetrante esattezza dell’esperienza vissuta. Lo strumento principe che dobbiamo procurarci è la concentrazione, è la capacità di perforare gli strati che la mente pone a protezione della sua vera natura. In questo modo ci avviamo verso la completa attenzione.

Dobbiamo tener ben presente che quest’attenzione piena è un requisito ed uno strumento per poter meditare e non l’obiettivo finale della pratica. Nei primi periodi ovviamente ci si dedica a sviluppare lo strumento, affinarlo e metterlo a punto ma dobbiamo poi utilizzarlo e non continuare a spolverarlo e rimirarlo. Nel sistema yoga illustrato da Patañjali, noto a molti praticanti di hatha yoga moderno, è lo stato di dhāraņā, equilibrio mentale; mentre nel sentiero buddhista è definito samma-samadhi, la giusta concentrazione.

Come procurarsi questo strumento? Con il giusto sforzo (samma-vajama) ci esorterebbe il buddista, con la soppressione delle fluttuazioni mentali (vŗitti), obiettivo dello yoga seguendo Patañjali. Allora è chiaro che meditare è pur far qualcosa, anche se non si tratta di un esercizio sempre visibile all’esterno, anzi si tratta proprio di smettere di rivolgerci verso le sollecitazioni continue del mondo esterno. I rumori, vicini e lontani, la temperatura, variazioni luminose, arrivano a riportarci all’esterno e la mente vuole seguirli e semplicemente si richiudono le porte ai sensi (pratyahara) e si ricomincia. Queste sollecitazioni non sono un ostacolo per il praticante, sono semplicemente presenti e dobbiamo usarle come attrezzi per costruire la nostra concentrazione e con pazienza e serenità tornare all’equilibrio.

Questo avviene utilizzando qualunque tecnica, che si tratti di meditazione attiva o passiva. Meditando attivamente, compiendo quindi delle azioni anche fisiche, giungiamo ad un momento in cui la concentrazione è sul movimento, sul nostro fare, invece che essere diretta fuori. Meditando passivamente, seduti, ad occhi chiusi ed immobili, escludiamo intenzionalmente dapprima gli oggetti legati al senso della vista e progressivamente gli altri.

Tutti possiamo meditare? In linea di principio si; in pratica dobbiamo essere nel giusto stato per non trasformare una pratica benefica in un pericolo. Questo significa che meditare, sebbene richieda sforzo, non è difficile e non necessita di attitudini e talenti specifici. È invece essenziale che il praticante sia atto fisicamente e mentalmente ad affrontare lo sforzo e ad affrontare l’esperienza che si accinge a fare.

La meditazione non ha come obiettivo il benessere mentale (che è un beneficio secondario alla pratica), quindi se si è affetti da serie patologie psichiche non è il momento per cominciare a meditare. Lo stesso se si stanno assumendo sostanze intossicanti o si hanno forti dipendenze da sostanze intossicanti. Per iniziare il corpo e la mente devono essere in uno stato di limpidezza e la scoperta della meditazione va fatta con serenità. Anche avere uno scopo, un obiettivo da raggiugere e delle aspettative è un fattore che allontana e ostacola una pratica sincera ed efficace.

Prepariamoci quindi adeguatamente, dapprima curando il corpo, eliminando abitudini malsane e riequilibrandoci nella vita quotidiana; poi equilibrando la mente. Possiamo aiutarci seguendo i primi passi di avvio alla pratica dello yoga: yama (regole sociali) e nyama (regole individuali), oppure seguendo le regole buddiste di sīla, non distanti dalla moralità e dall’etica yogica. Per saperne di più su Yama e Nyama, per saperne di più su sīla, arriveranno nuovi post.

Se invece volete iniziare la pratica, controllate quando è il mio prossimo Atelier di meditazione!

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