Yoga: gli ostacoli del praticante, a ciascuno il suo rimedio

Il praticante di yoga si trova a far fronte a diverse insidie nel corso della pratica. Molti desistono, altri pur persistendo più a lungo finiscono per lasciar diradare il tempo di pratica e passar ad altro. Alcuni, nonostante i benefici, si stabilizzano e non proseguono. Tutti i sadhakas (praticanti) incontrano prima o dopo gli ostacoli che la mente pone: pigrizia, credenze, preconcetti, cattive abitudini che si fatica ad abbandonare. Vediamo quali sono le principali opposizioni mentali che entrano in azione.

La prima, fin da subito presente, è l’idea che lo yoga sia un passatempo, che ci si possa dedicare alla pratica a tempo perso. Come sappiamo, il tempo da perdere scarseggia e si finisce dunque per dire: “mi piacerebbe ma purtroppo non ho tempo”. Nei momenti di difficoltà si ritorna allo yoga con più frequenza, se ne assaporano i benefici e appena ci si sente meglio nuovamente il tempo viene a mancare e nuovamente si abbandona. L’unico modo per superare questo ostacolo è continuare, comprendere che non si tratta di esercizio fisico, desiderare una progressione psichica e spirituale. La soluzione, quindi, è rafforzare una delle basi della pratica: tapas (ardore). Tapas, uno dei 5 nyama (regole individuali), ci indica l’esigenza di una disciplina di vita, la temperanza necessaria alla perseveranza, l’entusiasmo per l’evoluzione in atto.

La mente poi si incaglia nei preconcetti che abbiamo relativi a noi stessi, a come dovrebbe essere la pratica e come dovrebbero essere gli insegnanti. Si tratta di impressioni che la mente ha in sé (saṃskāra) che sono causa della nostra sofferenza. Impressioni dovute all’educazione ricevuta, ai principi che ci sono stati impartiti e all’ambiente sociale al quale ci siamo abituati, ma anche impressioni mentali che costituiscono la nostra personalità e che crediamo essere innate e non sradicabili.

Questi saṃskāra finiscono col farci mettere in dubbio la pratica. Ci chiediamo se siamo adatti allo yoga, se intonare un mantra non sia solo un rito di una cultura che non ci appartiene (mentre ha ben altri effetti psico-fisici!), oppure ci ripetiamo che siamo sedentari e che una pratica di asana non fa per noi perché troppo faticosa, o ancora che non possiamo stare un minuto fermi figuriamoci se possiamo metterci a meditare seduti ad occhi chiusi!

In questo caso è al nyama svādhyāya (auto-studio) che possiamo ricorrere: osserviamoci con attenzione e osserviamo come ci stiamo mettendo i bastoni tra le ruote da soli. Sono tutte scuse, come quella di non avere tempo, che attuiamo per pigrizia. Lo facciamo anche in altri aspetti della nostra vita e non ci porta mai a nulla di buono! Se assodiamo questo, allora rinforziamo tapas e con atteggiamento positivo continuiamo e oltrepassiamo noi stessi.

Inoltre, alle volte abbiamo aspettative e immaginazioni su come deve essere l’insegnante: forse vegetariano o vegano, magari con attitudine mistica, deve infondere serenità, essere non troppo severo oppure totalmente intransigente… Siamo disposti a giudicarlo e spesso passiamo da un insegnante all’altro pretendendo che risolva i nostri problemi e se non ci riesce non è quello giusto. Un’altra volta è la pigrizia in atto: l’insegnante non risolverà nulla, siamo noi a doverci attivare e riprendere il nyama saucha (purificazione) e purificare mente e corpo per poter proseguire con una pratica via via più profonda. A momenti sarà più facile ed in altri più difficile ma assumiamoci la nostra responsabilità. Abbiamo bisogno di una pratica stabile: è bene sperimentare diversi stili e diverse pratiche ma arriva il momento di scegliere e iniziare realmente il percorso. Solo con costanza potremo giungere a dei risultati.

Lo stesso vale per chi combina diverse pratiche spirituali e resta sempre alla ricerca di una ricetta veloce e rapida per la sua meta attesa. Lasciamo le aspettative e godiamoci il viaggio! Ricorriamo al nyama santoṣa (contentamento), decidiamo un percorso e senza fretta assaporiamo i piccoli passi quotidiani. Non solo saltare da una pratica all’altra, credere a tutto e crearci aspettative non ci porterà a nessun risultato, ma ci allontanerà dalla spontaneità della pratica e dalla sua realtà. Attendendoci il grande e immenso cambiamento non concentreremo la nostra attenzione sul micro-mutamento, sull’infimo dettaglio e resteremo con una mente dispersa invece che acuta, attenta e osservatrice.

Si arriva poi ad un momento in cui ci si sente porre ostacoli dall’esterno: alcuni amici e i familiari non amano vederci cambiare abitudini e non capiscono cosa stiamo facendo. Proseguiamo, raccontiamo il meglio della nostra esperienza e andiamo avanti. Capiranno, o no, ma se ci amano saranno felici con noi. Ascoltare l’altro e il suo giudizio è un ulteriore ostacolo della nostra propria mente, siamo noi a cedere. Ancora una volta, usiamo svādhyāya (auto-studio) e chiediamoci semplicemente cosa ci fa veramente felici e se abbandonare alcune vecchie abitudini ci fa bene, non esitiamo.

Ecco quindi che prima di mettersi in qualunque asana (postura), prima di cambiare il ritmo del respiro, prima di sederci e cercare concentrazione, ci sarà utile avere chiaro che i nyama sono una delle basi della pratica e che se sappiamo come usarli ci aiuteranno ad eliminare le insidie che la mente ci tende. Capiremo allora che l’Universo ci ama e gli permetteremo con fiducia di fare il suo lavoro, come indica l’ultimo nyama: iswara-pranidhana.

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